[Recensione] "Il giardino di Elizabeth" di Elizabeth Von Arnim

Questo è il libro che è valso a Elizabeth Von Arnim il soprannome di Elizabeth del giardino.

La contessa Von Arnim, moglie del conte Henning August von Arnim, dal quale ebbe tre figlie femmine, era una donna anticonformista, a cui stavano strette le regole imposte dall’aristocrazia prussiana a cui doveva soccombere nella vita di città a Berlino. Fu per questo che si esiliò con la famiglia nel seicentesco castello Nassenheide, in Pomerania, nell’immensa tenuta dei von Arnim, ma disabitata da ben venticinque anni. Fu proprio in quell’esilio per lei paradisiaco che nel 1898 Elizabeth trascrisse su carta le emozioni vissute in quegli anni, le sue riflessioni su ciò che più conta nella vita di una donna.

Questo libro non è un’autobiografia, piuttosto un autoritratto. Di una donna caparbia, determinata, ben consapevole del luogo e dello spazio che occupa nella sua vita. Elegante, acuta, a tratti superba, dotata di quella straordinaria virtù che è l’ironia. Non ci sta ai doveri imposti dalla società d’elite, alle abitudini, alle maniere, soprattutto ai doveri, a ciò che le viene chiesto di rispettare per restare nella cerchia dei blasonati della Berlino di fine Ottocento. E così se ne va, evade per dirla tutta. Laddove nessuno dotato del buon senso aristocratico vorrebbe vivere, lei si trova a suo agio, è felice, non vorrebbe essere in nessun altro posto. Ci prova, a fare dei viaggi, ma poi l’esigenza di tornare al suo schloss, si fa impellente e deve tornare. Solo lì, nel suo giardino, Elizabeth è felice e soprattutto è libera.

La maggior parte delle Hausfrau tedesche attribuisce alla cucina e alla preparazione dei budini un’importanza capitale, e si vanta di tenere le parti in vista della casa in uno stato di perenne lindore. Ciò è degno di infinita lode, eppure vorrei sapere, e mi scuso dell’ardire, se per caso non esistano cose più importanti nella vita. Forse che vivere semplicemente e pensare in modo complesso non è la combinazione preferibile? Curare spasmodicamente la preparazione dei pasti e la spolveratura dei mobili richiede una quantità esagerata di tempo prezioso, e confesso con una certa vergogna che le mie simpatie vanno ai budini e alla grammatica. Non è giusto essere schiavi degli déi domestici, perciò dichiaro solennemente che se mai i miei mobili mi irritassero venendo a chiedermi di essere spolverati proprio quando voglio fare tutt’altro, e non ci fosse nessuno per spolverare al mio posto, li prenderei tutti e ci farei un gran falò e poi mi ci metterei davanti a scaldarmi i piedi, non senza aver venduto i piumini al primo venditore ambulante tanto debole da comprarseli.

Capirete, amici lettori, che queste erano idee rivoluzionarie per l’epoca e la società altolocata. Ecco perché Elizabeth viveva lontana dalla città, in campagna, dove poteva essere se stessa. Eppure anche all’interno del suo castello vedeva doveri a cui voleva sfuggire: il suo posto era fuori, in giardino. Il posto che è stato per lei la metafora della vita stessa. Il giardino le ha insegnato l’umiltà, la felicità, l’importanza dei fallimenti dai quali si può uscire vincitori a patto di imparare dai propri errori. Elizabeth descrive se stessa attraverso i fiori, le foglie, l’erba, il cielo. Attraverso i cavoli, le rape e il letame. La natura è completa, è funzionale nel suo insieme, proprio come un essere umano. Lei si sente viva, come la natura che la circonda, e da essa trae la linfa che alimenta la sua anima. Nella natura vede la grazia e la potenza dell’universo e ne trae esempio per essere la donna che è. 

Con una scrittura ricca e appassionata, Elizabeth Von Arnim ci regala la magia della bellezza, ci racconta la delicatezza dell’anima, ci dipinge un meraviglioso quadro fatto di descrizioni poetiche. Senza modestia si racconta attraverso le sue emozioni più profonde, i suoi ricordi, si mostra al lettore con auto criticità che però la porta spesso a tifare per se stessa, rivelandone la sincerità.

Vi lascio alla beatitudine della lettura del romanzo, non senza regalarvi un’altra citazione:
Non riuscivo a capire dove fossi, nonostante sapessi con certezza che da bambina in questi luoghi ci ho giocato infinite volte. Allora ho reagito come qualsiasi donna che si trovi in una situazione non perfettamente asciutta e comoda: ho cominciato a rimuginare sull’incertezza dell’esistenza umana e a scuotere la testa in segno di approvazione man mano che lugubri versi di poesie pessimiste mi si presentavano alla mente.
(La Books Hunter Barbara)


Lento e dolce come lo scorrere delle stagioni, il mutare dei colori del cielo e dei campi dall’estate all’autunno, e al tempo stesso modernissimo nel saper raccontare le donne, vivace nei toni, irriverente nei pensieri. Il giardino di Elizabeth (Fazi 2017), primo romanzo, in parte autobiografico, della scrittrice britannica Elizabeth Von Arnim, ruota attorno al giardino di una villa in Pomerania, nel Nord della Germania tra campi e villaggi, dove l’aristocratica protagonista si rifugia in compagnia delle sue tre bambine – la “bimba di aprile, la bimba di maggio e la bimba di giugno” -, e di due amiche. Compare a tratti anche il marito, chiamato solo “l’uomo della collera”.
Vero protagonista è il giardino, che Elizabeth cura come un figlio e descrive vividamente, come in minuti, delicati dipinti: le stagioni che si alternano, col gelo dell’inverno, la neve, le gite in slitta al chiaro di luna, i pattini. La fioritura delle rose, i tramonti dorati d’estate, i giochi delle bambine, la nebbia di novembre e i rampicanti che, a inizio autunno, cambiano colore. Le stanze silenziose, la biblioteca, il rito del the. La lontananza, fisica ma soprattutto mentale, dalla città e dalle serate noiose e pettegole dell’aristocrazia locale, per rifugiarsi in un mondo semplice e ricco di bellezza. Non succede niente di particolare nel libro di Elizabeth Von Arnim. Non ci sono colpi di scena, eppure non ci si stanca mai di leggere i pensieri della protagonista, le descrizioni dei campi e del giardino, la quotidianità leggera di questa antica casa del Nord.
Ma Elizabeth Von Arnim si rivela anche acuta critica della morale dell’epoca: la scelta della protagonista di ritirarsi in campagna, da sola con le figlie, senza uomini se non il giardiniere, poteva apparire allora incomprensibile. Le sue riflessioni e la sua ironia rivelano una donna dalla forza e dal coraggio contemporanei, che nella natura e in una voluta solitudine riesce a ritrovare se stessa, la propria forza e la propria identità.

Autore: Elizabeth Von Arnim
Titolo: Il giardino di Elizabeth
Traduttore: Sabina Terziani
Editore: Fazi
Pubblicazione: 2017
Prezzo: 16,50 euro
Pagine: 180


Nata col nome di Mary Annette Beauchamp a Kiribilli Point, in Australia, da una famiglia della borghesia coloniale inglese, Elizabeth Von Arnim era cugina della scrittrice Katherine Mansfield. Visse a Londra, Berlino, in Polonia e infine negli Stati Uniti. Si sposò due volte – entrambi matrimoni infelici – ed ebbe cinque figli, fra i cui precettori ci furono E.M. Forster e Hugh Walpole. Fra un matrimonio e l’altro, fu l’amante di H.G. Wells. Fu una scrittrice molto prolifica e di grande successo. Nel 2017 Fazi Editore ha pubblicato anche Un incantevole aprile (trovate qui la nostra recensione).

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