10 luglio 2017

Recensione "Pronto soccorso" di Pierdante Piccioni e Pierangelo Sapegno

In questo ultimo periodo, mi è capitato parecchie volte di parlare e riflettere sul significato della parola “frontiera”: l’ho trovata nei libri, nei film, al telegiornale. Ebbene, eccola di nuovo in questo libro che ho appena finito di leggere: Pronto soccorso. Beh, questo posto lo è di sicuro una frontiera, un luogo di passaggio: tra la salute e la malattia, in alcuni casi tra la vita e la morte. E non solo. È una frontiera tra anime che si incontrano: quelle dei pazienti e quelle dei dottori. Potrebbe sembrare un rapporto che parte in svantaggio per i pazienti, perché si sa, il malato è già di suo in una condizione di disagio. Sta male, soffre, ha paura e mette ciò che di più caro ha, la propria salute, nelle mani di perfetti sconosciuti, i dottori appunto. E dal canto loro, questi ultimi sanno che hanno per le mani la vita di altri esseri umani. Qui un errore costa caro davvero. Ma cosa succede quando i due ruoli si identificano in una sola persona? Ha provato a raccontarcelo Pierdante Piccioni, autore e protagonista di questo libro: un primario di pronto soccorso che a causa di un incidente stradale ha subito un grave trauma cranico e ha perso dodici anni di memoria. Dodici anni di vita cancellati, un buco nero enorme, una mancanza, un’assenza inaccettabile, una condizione che lo rende a tutti gli effetti un invalido. Pier prova a ripartire, e con tanto dolore e innumerevoli sacrifici, torna al posto di comando, nuovamente primario di pronto soccorso. Ma niente è come prima. Il mondo è cambiato e Pier si è perso, si trova catapultato in una realtà che non conosce, è cambiata la società, sono cambiate le abitudini, la musica, le regole. E lui. Pier ha fatto il salto, ha passato la frontiera, per ben due volte: da medico a paziente, da paziente a medico. Il confine si è sciolto come neve al sole e Pier adesso sa. Ha provato sulla pelle cosa significa aver bisogno di cure, di dottori. Ha provato sulla pelle il disperato bisogno di sentirsi normale, di avere speranza. È arrivato a convincersi che una persona normale è una persona che ha speranza

"Adesso, invece, ricordo bene le attese in ospedale e le convocazioni dei medici nella mia seconda esistenza, quella cominciata su una barella del pronto soccorso di Pavia il 31 maggio 2013. Ricordo le ansie, le code lunghissime, quel sentirsi quasi escluso dalla verità che ti riguarda in prima persona, come se in fondo tu fossi solo un oggetto inutile, che è da aggiustare e basta, se ci si riesce, o da buttare via, quando non va bene. E un oggetto non ha bisogno di sapere.
Ricordo le ore passate ad aspettare che uscisse un medico a chiamarti, da una delle porte del corridoio, e quando finalmente lo vedevi era come se solo in quel momento si accorgesse che c'eri anche tu. Sembrava di essere all'università quando dovevi dare un esame, o in tribunale. L'imputato viene prelevato e portato al cospetto della corte. Ecco cosa sei: un imputato, non un malato.
Per questo cerco di non comportarmi così. Perché l'ho provato sulla mia pelle. Me lo dicevo sempre in quei momenti: cazzo, io non farò mai come loro".

Ecco che allora cambia inevitabilmente il suo atteggiamento da medico nei confronti dei suoi pazienti; non solo li cura, ma sente le loro sofferenze e compie quel passo così raro e prezioso che fa la differenza: li ascolta, li capisce, parla con loro. Si sviluppa in lui quella devastante esperienza umana che è l’empatia. Lui sente i sentimenti di chi ha di fronte e i suoi pazienti se ne accorgono, perché una persona in difficoltà può solo accogliere e aggrapparsi a una mano tesa in segno di aiuto e conforto. E pensare che i suoi colleghi lo ritengono strano. Scordarello lo chiamano. E lui ne soffre, intimamente. Lui che si è fatto il culo per essere lì dove è arrivato, o meglio ritornato. Fortuna che c’è Sante, suo sincero amico e collega che gli ricorda che lui alla fine, se vuole davvero sentirsi normale, deve accettare di non essere un eroe, ma un uomo come tanti che ha superato prove difficili, un uomo come tanti che ha sbagliato e sbaglierà, un comune mortale fatto di anima e corpo come tutti. Eccolo allora Pier che si trova di nuovo al confine, sulla soglia della frontiera: continuare o arrendersi? Restare lì, in quell’ospedale e in quel ruolo di primario, dove tutto, o molto, è manchevole e faticoso, o cambiare vita, dedicandosi a nuovi progetti? È lui a essere cambiato troppo o è il sistema che in quei fatidici dodici anni ha cambiato e sovvertito le regole? Non riconoscersi in un tempo è un fatto molto complicato, è come trovarsi sempre sulla frontiera, ma si va avanti finché c’è speranza.
(la Books Hunter Barbara)



Per chi ci lavora, a contatto con il dolore delle persone, il pronto soccorso di un ospedale è una trincea quotidiana, una frontiera sospesa tra la malattia e la salvezza. Pierdante Piccioni, però, non è un medico qualunque. Nel 2013, a causa di una lesione alla corteccia cerebrale ha perso la memoria e si è risvegliato dodici anni prima della realtà che stava vivendo. Dodici anni inghiottiti in un buco nero. Da lì è ripartito con fatica, tra depressione e rabbia, e ha combattuto con tenacia per riconquistare la propria vita, i propri affetti, il proprio posto nel mondo. Lui, il dottor Amnesia, ora è di nuovo un primario di pronto soccorso. Ma adesso che è in prima linea, resta ancora un paziente costretto a fare i conti con la disabilità, ed è forse questo ad avergli fatto maturare una nuova empatia nei confronti di chi è malato: ne conosce le sofferenze, ne comprende il disagio dinanzi a quell'elefantiaco «emporio della salute» che è l'ospedale. Avendo vissuto tutto ciò sulla propria pelle, in ogni occasione cerca di comportarsi come avrebbe voluto che i medici avessero fatto con lui, una condizione che se da un lato lo premia, dall'altro emotivamente lo sfinisce. Scenario del suo ostinato lottare contro vecchi schemi e abitudini è il pronto soccorso, un luogo di confine dove le vite di molti, con le loro incredibili storie, sembrano incrociarsi senza un senso apparente, paradigma di una società nella quale lo stesso Piccioni spesso si sente un reduce senza futuro, costretto ad aspettare ancora il miracolo più grande, quello che gli deve restituire, insieme alla memoria, tutte le emozioni perdute e il senso di un'esistenza da riallacciare. Ma forse quel miracolo è semplicemente un segreto che sta dentro di noi. È la passione di vivere, la stessa passione che lo spingerà ad andare oltre il suo ruolo di primario, per inventarsi un nuovo lavoro, occupandosi dei pazienti più fragili, dei più soli, degli ultimi. Di quello che lui è stato e che, in fondo, ancora lo definisce: essere «diversamente normale».

Titolo: Pronto soccorso
Autore: Pierdante Piccioni - Pierangelo Sapegno
Editore: Mondadori
Genere: Attualità e reportage
Pagine: 228
Prezzo di copertina: € 18,00
Uscita: 4 aprile 2017
ISBN 9788804675211

Pierdante Piccioni, prima dell'incidente che gli ha cancellato dodici anni di vita, era direttore dell'Unità operativa di pronto soccorso dell'ospedale di Lodi, membro del direttivo dell'Academy of Emergency Medicine and Care, consulente del ministero della Salute oltre che coautore in quarantacinque lavori pubblicati su riviste scientifiche internazionali. Da febbraio 2015 a settembre 2016 è stato primario del pronto soccorso dell'ospedale di Codogno. Attualmente, all'interno del Dipartimento socio-sanitario dell'Asst di Lodi, ricopre l'incarico di responsabile del servizio «Integrazione ospedale - strutture sanitarie territoriali e appropriatezza della cronicità». È coautore del testo Medicina di emergenza-urgenza. Web Tutorial Manual (2017). Per Mondadori ha pubblicato, con Pierangelo Sapegno, Meno dodici (2016).

Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore, è opinionista de «La Stampa».

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