2 marzo 2017

SpazioEsordienti dedicato a... Antonio Michele Paladino

Buongiorno lettori, oggi il nostro Spazio Esordienti è dedicato a Antonio Michele Paladino

A noi è piaciuto molto il suo approccio, il modo in cui si è presentato. Ecco cosa ci racconta di sé, partendo da un suo pensiero:
“Scrivere è ciò che ho intenzione di fare fino a quando respirerò. Non escludo di farlo pure dopo.”

Antonio Michele Paladino nasce a Trieste nel 1986. Oggi vive e lavora a Catania, all’ombra dell’Etna. Scrittore e giornalista, fa il suo esordio letterario nel 2014 con il racconto distopico Atlante nelle ossa, edito da Sem Edizioni. Nel 2015, per Epsil Edizioni, pubblica Vite di giorni perduti, una raccolta di racconti in cui s’intrecciano più generi. Sempre nello stesso anno, vince il “Premio Francesco Foresta” con il racconto lungo Banditi si muore, edito dall’Ass. Orizzonti Liberi. L’uomo dagli occhi di husky è il suo primo romanzo.


Margherita ha visto un uomo morire. È stato ammazzato, con una mazza da baseball, in un vicolo buio e sporco. Lei non ha fatto niente, non ha detto niente. Ha pensato che fosse meglio nascondersi e tacere, far finta di nulla per continuare a vivere un’esistenza normale, persino felice, accanto a un marito che l’amava e a un bambino che stava per nascere.
Sono trascorsi otto anni da quella notte. Margherita ha dimenticato quell’uomo. Ha dimenticato anche i suoi occhi. Erano azzurri e freddi, come quelli di un husky. Ma il tempo non dimentica, e alla fine presenta sempre il conto.
L’uomo dagli occhi di husky è un thriller con sfumature fantastiche e horror. Ma è soprattutto la storia di un viaggio tra le pieghe della mente umana. Non aspettatevi, dunque, una passeggiata nel parco. Questa è una corsa su un ottovolante che accelera, sale o frena a seconda delle voglie e dei pensieri del macchinista che lo governa, Margherita.

Titolo: L’uomo dagli occhi di husky
Autore: Antonio Michele Paladino
Editore: Independently published 
Pagine: 232
Uscita: 15 dicembre 2016
ISBN-13: 978-1520141114

La pioggia non cessava. Martellava la terra e tutto ciò che vi stava sopra, come un fabbro mezzo cieco che non riesce a distinguere l’incudine dal martello. In lontananza, il boato dei tuoni smorzava l’ululato del vento e graffiava le orecchie di Margherita, rapite invece dal sinistro ticchettio che proveniva dalle sue spalle. Piccoli passi affondavano nell’asfalto bagnato e si facevano a ogni istante più svelti, più rumorosi, più vicini a lei. 
Margherita si voltò di scatto. La mano destra chiusa a pugno si preparava a sfidare il suo aggressore: un cane dal pelo corto e arruffato che si leccava una vecchia ferita sul muso. Sarebbe stato un incontro memorabile, come quello tra Foreman e Ali. The rumble in the jungle, la rissa nella giungla, papera contro randagio. 
Il cane sollevò il muso e annusò l’aria. Solo allora Margherita si accorse che non aveva gli occhi. Uno sguardo più attento le rivelò che non gli erano stati strappati a morsi durante una zuffa tra randagi, e nemmeno da qualche psicopatico che si divertiva a giocare all’Allegro Chirurgo. Il cane era nato proprio così: senza occhi.

«Un viaggio nella mente carico di suspense.»
Les Fleurs du Mal

«Paladino scrive bene, e molto. Appassiona il lettore che si sente coinvolto fino in fondo.»
Le Fiamme di Pompei

Margherita avanzò di soppiatto, fino alla stradina. Una parte di lei la implorava di tirare dritto e proseguire; l’altra parte, quella a cui stava dando ascolto, le sussurrava di dare una sbirciata. Stranamente, aveva la voce della strega cattiva di Biancaneve. Sei sola, bellezza? E i nanetti non ci sono? Allora guarda cosa c’è nella stradina.
Margherita guardò.
C’era un uomo disteso in mezzo alla strada. Giaceva prono sull’asfalto, apparentemente privo di sensi, circondato da frammenti di vetro, ciò che restava di una bottiglia di vodka. Le spalle nude erano segnate da vecchie cicatrici e tagli freschi, che versavano sangue sull’asfalto spazzato dalla pioggia. Margherita abbassò la testa: un rivolo rosso le scorreva in mezzo alle gambe per tuffarsi nella grata di un tombino.


In quel freddo mattino di fine marzo, alunni e insegnanti, imbacuccati nelle giacche a vento per tentare di combattere il gelo che regnava sovrano nel teatro del liceo, non sapevano di far parte del sottile gioco di equilibri creato dalla mente di Margherita: purificarsi dai peccati facendo proprie le virtù di qualcun altro. Sopra questo fine, fragile, filo correva la sua vita. E fra tutti i peccati commessi, ce n’era uno più grande degli altri, un macigno in un sentiero di sassi e ciottoli. Per anni Margherita aveva alleggerito il peso di quel masso ammutolendo la voce della sua coscienza, ma da qualche tempo il grillo parlante che c’era in lei aveva ripreso a farsi sentire. Il dannato insetto con ombrello e cilindro non la smetteva di frinire. Friniva, friniva, friniva sempre.

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