26 gennaio 2017

Recensione "Orfani bianchi" di Antonio Manzini

Ho letto questo libro con molte aspettative, e devo dire che non sono affatto delusa. Ma una precisazione la trovo doverosa: Manzini ha scritto un romanzo su un tema sociale molto attuale e forse poco sentito. Si parla di persone, prevalentemente donne dell’est e del Sudamerica, che lasciano la propria famiglia per venire in Italia a accudire le persone anziane o malate. Si tratta sicuramente di una realtà oggettiva: nel comune intendere, quando si pensa alla figura della badante ci si immagina subito una donna rumena o peruviana che si prende cura di una persona anziana. Lo si dà quasi per scontato, senza però soffermarsi a pensare alla vita di queste persone che vengono da lontano. Cosa lasciano nelle loro terra? Chi lasciano? A cosa devono rinunciare per guadagnare uno stipendio dignitoso, che permetta loro di mandare soldi ai famigliari che sono rimasti là dove non c’è di che sopravvivere? Per quanto tempo possono accettare questa distanza, questa vita fatta di solitudine, perché il loro corpo è in Italia mentre la loro anima è rimasta incollata alle persone che amano e che sono lontane? Questo è il tormento di Mirta, protagonista del libro, che si chiede per quanto ancora può sopportare di stare lontana dal figlio Ilie, rimasto solo in Moldavia, chiuso in un Internat, una struttura simile a un orfanotrofio. 
Per quanto tempo si può sopportare un abbandono? 
Arrivo alla precisazione a cui alludevo prima: la storia che Manzini racconta è dura e commuovente, e ci descrive uno spaccato di vita vera, ma pur sempre romanzata e a tratti portata all’estremo. Mirta pensa che gli italiani non vogliano occuparsi dei propri cari divenuti anziani e malati, come se mancasse la cultura della cura dovuta a chi a sua volta ha curato noi. Gli italiani stipendiano le straniere per non doversi occupare dei fastidi che comporta la cura di una persona anziana e bisognosa. In alcuni casi sarà anche vero, ma non posso pensare che sia la regola degli italiani. A volte si è costretti ad affidare i  propri cari a persone estranee alla famiglia perché tutti i membri lavorano, escono di casa la mattina e rincasano alla sera, per mandare avanti la famiglia, per garantire una vita dignitosa ai propri figli: non è forse lo stesso obiettivo di queste persone che vengono da lontano? Mirta lascia tutto per venire in Italia a guadagnare qualcosa per dare un futuro al figlio Ilie. I figli sono la priorità per chiunque, indipendentemente dalla nazionalità indicata sul proprio passaporto. Come la sofferenza, che non conosce identità: "Nella disperazione siamo uguali", dice Eleonora, la ricca signora che in questo romanzo si trova nelle mani di una giovane donna estranea che si deve prendere cura di lei. Soffrire non è una prerogativa personale.
Trovo assolutamente giusto rispettare i sacrifici che queste persone fanno, dovendo abbandonare tutto e tutti: io non lo potrei neanche immaginare di allontanarmi dai mie affetti; trovo giusto riconoscere loro il grande aiuto che danno alle famiglie italiane in difficoltà; trovo che queste persone meritino la nostra stima e la nostra gratitudine: ma non trovo giusto dire che gli italiani, tutti gli italiani, si approfittino di queste persone e le sfruttino per non doversi occupare dei propri anziani che sono diventati solo un fastidio. Manzini ha voluto raccontare un caso limite, e lo ha fatto molto bene. Ha saputo entrare nelle dinamiche complesse del rapporto tra la persona anziana, malata, sofferente e la persona estranea che se ne deve prendere cura. Non è affatto una cosa semplice. Per nessuno. Eleonora è malata, vorrebbe morire per non dover soffrire ancora e ancora, conscia del fatto che da quel punto in cui si trova non si torna indietro. Il suo viaggio è vicino alla fine e lei vorrebbe solo arrivare prima al traguardo. Non vuole farsi toccare, lavare, non vuole perdere la sua dignità. E questo la porta a comportarsi come una vecchietta cattiva e viziata: ma è la sofferenza che comanda il suo carattere, deformato come il corpo. Mirta deve entrare in contatto con l’intimità di una persona che non conosce, che la tratta male, e lo fa pensando al bene di suo figlio, che ha il diritto di avere una vita felice, fatta di cose semplici, piccole purché solide. È difficile giungere a un equilibrio in un rapporto così complicato. Se il rapporto diventa funzionale, è una gran cosa. Se poi si arriva alla tenerezza, diventa un vero e proprio piccolo miracolo. Manzini la difficoltà di questo equilibrio l’ha resa davvero molto bene. La storia che ci racconta è molto dura, con un epilogo da togliere il fiato. Un romanzo molto forte che consiglio a tutti. E ringrazio l’autore per aver voluto porre l’attenzione su un tema che sfiora le coscienze, senza mai arrivare davvero a segno. Se accogliamo in casa una persona che viene da lontano, che avrà il compito di aiutare la nostra famiglia, proviamo a conoscerla davvero, a voler sapere la sua storia. In fondo, ci si può aiutare reciprocamente.
(La Books Hunter Barbara)



Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio, poi la signora Mazzanti, “che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all’albero, ai regali e al panettone”, poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall’esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirli c’è lei, Mirta, che non li conosce ma li accompagna alla morte condividendo con loro un’intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato, il suo, che non le dà tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. “Nella disperazione siamo uguali” dice Eleonora, ricca e con alle spalle una vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi.
Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di una società che sembra non conoscere più la tenerezza. Una storia contemporanea, commovente e vera, comune a tante famiglie italiane raccontata da Manzini con sapienza narrativa non senza una vena di grottesco e di ironia, quella che già conosciamo, e che riesce a strapparci, anche questa volta, il sorriso. 


Titolo: ORFANI BIANCHI
Autore: Antonio Manzini
Editore: CHIARELETTERE
Pagine: 256
Prezzo di copertina: Euro 16,00
Uscita: 20 ottobre 2016
ISBN. 9788861907034

Antonio Manzini ha lavorato come attore in teatro, al cinema e in televisione, e ha curato la sceneggiatura dei film "Il siero della vanità" (regia di Alex Infascelli del 2004) e "Come Dio comanda" (regia di Gabriele Salvatores del 2008). Con Sellerio ha pubblicato racconti e romanzi gialli con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, poliziotto fuori dagli schemi, poco attento al potere e alle forme: "Pista Nera" (2013), "La costola di Adamo" (2014), "Non è stagione" (2015), "Era di maggio" (2015) e il recente "7.7.2007" (2016), per settimane in testa alle classifiche dei libri più venduti. Sempre nel 2016 ha pubblicato l’antologia "Cinque indagini romane per Rocco Schiavone" e il racconto satirico "Sull’orlo del precipizio" (Sellerio). Suoi racconti sono presenti nelle antologie poliziesche "Turisti in giallo", "Il calcio in giallo", "Capodanno in giallo", "Ferragosto in giallo", "Regalo di Natale", "Carnevale in giallo" e "La crisi in giallo", tutte pubblicate da Sellerio.

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