13 dicembre 2016

Recensione "Crysi" di Alberto Fumagalli

Il problema sta nell'avere un problema.
Il vero problema è sapere di avere un problema e non pagare perché venga risolto.
Per fare questo, basta rivolgersi al prodotto giusto. Sì, al prodotto.
Perché il ricatto che la società fa alla società stessa è che per avere bisogna dare, non sentimenti ed emozioni, ma soldi. Pagare per un servizio spesso inesistente. Se vuoi risolvere il problema che fa nascere il problema, devi pagarti tutte le spese e subirne le conseguenze, anche l’esser perduto per sempre.

E quindi si va in crisi. O meglio: in Crysi.

Quando ci districhiamo fra la folla non siamo singoli individui, siamo una massa che forma una società. Quando siamo a casa siamo persone singole, spesso sole. Ognuno di noi vive la vita in base alle proprie possibilità, ma quando queste ci vengono negate da uno Stato che non supporta ma tenta solo di sopportare le nostre richieste, come si fa a sopravvivere?
Questo e molto altro è la conseguenza che fa nascere Crysi, il libro di Alberto Fumagalli.

Molti sono i punti di vista che si susseguono fra le pagine, una famiglia intera parla a modo suo rovistando fra le macerie di una vita ai limiti del disastro.
Una madre che si sente sola, un marito che ha perso il lavoro, due fratelli, uno più grande che cerca di essere utile in qualche modo, l’altro, il più piccolo, che si rattrista di una situazione che capisce solo a metà, solo dal suo punto di vista di bambino.
Quali sono i pensieri che corrono nella mente di chi ha perso la serenità di poter essere un porto sicuro dove far attraccare i propri figli?
Quali sono invece i pensieri che corrono nella testa dei figli di quei genitori?
Questo cerca di fare l’autore: rispondere nella maniera più semplice a due quesiti le cui risposte spesso sono difficili da spiegare.

“Il vero problema è essere dimenticati, – dice la mamma, in una lettera che scrive all’amica Patty e che Patty mai leggerà – non essere pensati, non ricevere domande, interessi, un pensiero, soprattutto da chi ami, hai amato o hai pensato di amare. Il pensiero non lo devi vedere, lo devi sentire. E se non lo senti, allora sei una persona sola.”

Questo ci ferisce: l’esser lasciati soli, mentre andiamo incontro al nostro destino.
L’esser tristi da soli, stanchi da soli. Non avere una spalla su cui riversare la nostra malinconia dei tempi buoni, non una mano da stringere. Non un corpo su cui piangere le paure.
E questa madre-moglie si sente così: sola. Non sa più quanti soldi le rimangono, non sa che direzione sta prendendo la solitudine di quel marito che ormai è isolato dal mondo, che si lascia corrompere dalla follia del gioco credendo di risolversi o assolversi, come se la perdita del lavoro fosse colpa sua. Come se fosse un marchio, come se chi perde il lavoro possa essere considerato un uomo sbagliato, parte di una schiera diversa di persone. Persone sole.
Quel marito-padre che si convince di cose sbagliate, si perde in una camera vuota, davanti a uno schermo, a giocare convinzioni nemmeno troppo convinte di loro stesse. Quell'uomo che mangia ricordi, bei ricordi. Li vuol portare con sé, lontano, nella pancia, quasi a crearsi una pellicola protettiva, quasi a volerli far stare più vicino al luogo dove vanno tutte le emozioni. Un uomo che ama i suoi figli, ma che non può vedersi incapace di renderli uomini preziosi al futuro.

“Credo che la felicità sia la mancanza di pensieri. Ma come si fa a non aver pensieri?”

Non si può non pensare. Quando le cose vanno male le pensi sempre. È incredibile come la nostra mente si concentri così bene sulle cose negative. Forse perché queste scavano e non costruiscono, svuotano e non riempiono. E allora come si fa quando il pensiero fisso di due genitori è quello di essere stati abbandonati dalla possibilità di dare ai propri figli la dignità del vivere?

“I soldi non fanno la felicità. Molto più semplicemente aiutano ad arrivarci.”

E i figli? Che cosa diventano in un ambiente dove tutto è complicato dalla precarietà?
I figli si fanno domande, i figli vogliono risposte.
E alcuni figli, quelli che possono, quelli che sono abbastanza grandi per capire, iniziano a covare rancore e cominciano a sperare.

“[…] Voglio vederti tornare a casa ogni sera fiero di te, di me. Orgogliosamente padre, come facevi quando ero piccolo. La metteremo nel culo a chi ci vuole male, papà. Sono tanti. Lo metteremo nel culo a questo Paese dove siamo nati e che ci vuole far morire senza vivere. […] Non ti voglio più vedere piangere, non lo meriti.”

Come il figlio più grande di moglie-madre e marito-padre. Lui, primogenito, vuole raggiungerla quella felicità, quella dove lui e suo padre fanno qualcosa per la famiglia, insieme, quella dove c’è ancor l’alba del futuro. Quella dove secondogenito non sarà più oggetto di scherno dei propri compagni, ma sarà un bambino che guarda avanti con ammirazione.
È la crisi, ci dicono da tempo. Come se la crisi fosse un’entità a se stante. Un mondo parallelo che ci avesse invasi all'improvviso senza che ce ne rendessimo conto. È tutta colpa di questa maledetta crisi.
E la crisi diventa Crysi, in questo romanzo. Diventa un prodotto. Una soluzione fittizia ai problemi degli uomini lasciati soli dallo stato, lo stesso stato che gestisce le soluzioni posticce, quelle a cui ci rivolgiamo quando siamo disperati. E allora paghiamo, usando tutto ciò che rimane per un po’ di fumo negli occhi, per una felicità che paghi in anticipo, ma che mai avrai. La felicità non è un prodotto, la felicità è un diritto a cui si deve poter aspirare attraverso l’impegno e questo impegno deve essere messo in pratica attraverso i mezzi che la società ci offre. O che ci dovrebbe offrire.
Si chiama vivere.

Questo romanzo ci regala i pensieri di una famiglia sull'orlo della crisi. Madre, padre, figli a confronto in un momento difficile e degenerativo che spacca le vite, che allontana e non integra. Vuole forse denunciare l’invisibile, che poi è visibile a tutti, ma fa comodo nascondere.
Un libro che racconta la superficialità di certi individui nel gestire le proprie azioni che inevitabilmente finiranno per danneggiare altri, un periodo storico quello di oggi in cui abbiamo ogni cosa, ma manca la cosa più importante: la sicurezza di un futuro.
Eppure, in un’Italia che si accartoccia, siamo sempre alla ricerca della felicità.
Si chiama vivere.
(la Books Hunter Jessica)

Titolo: Crysi
Autore: Alberto Fumagalli
Editore: Giuliano Ladolfi Editore
Collana: Perle Narrativa
Genere: Romanzo
Uscita: 1 gennaio 2015
Pagine: 162
Prezzo (cartaceo): € 12,00
ISBN 978-88-6644-233-2

Il libro:
Crysi è un’opera unica nel suo genere: ha la forza di scardinare i luoghi comuni proposti, da una parte, dalla pubblicità, che con subdola suadenza tenta di instillare nella mente del consumatore l’immagine di un mondo perfetto in cui i tutti i problemi si risolvono con un prodotto, e, dall’altra, dai mass media, che superficialmente e retoricamente sottopongono soltanto scene di violenza e di distruzione.

La realtà, quella profonda, quella con cui si confronta la gente giorno per giorno, quella del lavoro, della relazione, della ricerca della felicità, della sofferenza, dell’irrealizzazione non viene propinata nei talk show oppure nei reportage televisivi, vive nell’arte e nei personaggi nei quali il lettore legge se stesso, il suo “male di vivere”, l’ansia del futuro, l’instabilità di un’epoca tecnologicamente avanzata che, contrariamente alle moderne speranze in un progresso infinito, nonostante la nostra civiltà abbia debellato lo spettro della fame e della maggior parte delle malattie, non riesce in alcun modo a migliorare la felicità delle persone.
L’autore scandaglia senza reticenze questa condizione, all’interno della quale si agitano fantasmi inconsci non dominabili e non redimibili: l’eterna lotta tra bene e male.
(Giulio Greco)

L'autore:
Nato a Milano nel 1984, si è diplomato in informatica e laureato in Scienze Umane dell’Ambiente, del Territorio e del Paesaggio con un tesi “I luoghi di Milano ne I Promessi Sposi, dal XVII secolo ad oggi”.

Ecco cosa racconta a proposito della nascita di Crysi:
"Da quel giorno ho cominciato a inviare curriculum e l'ho fatto per anni, aprendo ogni giorno siti di lavoro, ho lavorato in una libreria di Milano (sfruttato nel periodo natalizio come stagista), ho scritto articoli sportivi gratis, ho fatto/faccio il commesso di negozio di abbigliamento con bellissimi contratti a giornata.
Durante un ennesimo, inutile colloquio, mentre mi trovavo nella sala d’attesa, spinto dalla noia ho preso in mano un foglio e ho cominciato a descrivere i tre poveracci in attesa come me, che avevo di fronte. Ho riempito velocemente due facciate e mi sono sentito meglio, soddisfatto. Mi ero sfogato. Scrivere non mi aveva fatto sentire precario. Da allora non mi sono più fermato. Ho scritto racconti, versi liberi, poi ho deciso di scrivere un romanzo: Esperanza (Prospero editore), è uscito il 28 ottobre 2013, in versione ebook.
Nel 2015 è uscito il mio secondo romanzo "Crysi" (Giuliano Ladolfi Editore).
Per me scrivere è masturbazione, rabbia, medicina, istinto, egoismo, sentirmi qualcuno."

3 commenti:

  1. Ho letto e mi sono subito identificata nella moglie-madre finita nel dimenticatoio : la vita è diventata un caos di accadimenti a cui c'è davvero da impazzire per star dietro a tutto. La solitudine intellettuale è la peggiore e tu hai colto in pieno questo insulto alla vita che è perdere la speranza nel futuro.

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    1. Grazie del tuo commento! :)
      Lo faremo presente anche ad Alberto.
      Dobbiamo ritrovarla quella speranza! ♡

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  2. Sono realista. All'inizio di una civiltà comandano i migliori, alla sua fine...i peggiori.

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