11 settembre 2015

Recensione "Furore" di John Steinbeck

Leggere un libro la cui prima edizione risale al 1939 (1940 in Italia, grazie all'editore Bompiani), e trovarsi a pensare che per alcuni aspetti, i più importanti, sia ancora estremamente attuale, non solo spaventa, ma lascia sotto pelle un dubbio atroce: i grandi della terra smetteranno mai di speculare sui più deboli? Vogliono veramente la parità e l'uguaglianza? È sempre e solo una questione di soldi?
John Steinbeck, racconta una storia forte, la storia di una famiglia che parte per la California in cerca di lavoro. Badate bene che questa famiglia di cui ci racconta l'autore, è costretta a lasciare la propria terra perché espropriata di tutto, e seppur consapevoli della grave ingiustizia subita, non si perde d'animo. Vogliono solo stare insieme e cercare di sopravvivere in un ambiente diventato ormai ostile.
Un sistema che mangia tutto, anche la fede.
"Terribile è il tempo in cui l'Uomo non voglia soffrire e morire per un'idea, perché quest'unica qualità è fondamento dell'Uomo, e quest'unica qualità è l'uomo in sé, peculiare nell'universo."
Un sistema che fa paura anche oggi.
Per questo vi dicevo che quello che mi ha sconvolta di questo libro, è l'estrema attualità del suo contenuto. Quegli algoritmi capaci di disfare una società intera, che niente pretende se non di mangiare. Quei diritti soffocati dal potere degli uomini che si dichiarano continuamente innocenti o parte della comunità povera, ma che in realtà stringono alleanze e mazzette di soldi nelle proprie tasche costose.
"Nell'anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia."
Furore è la rabbia, furore è un bambino che chiede cibo. Furore è la tolleranza, la testa china. Furore è la rivoluzione silenziosa, il moto ondoso della povertà. Furore è fuoco negli occhi degli uomini che non sanno come sfamare la propria famiglia.
"E le associazioni dei proprietari sapevano che un giorno quegli uomini avrebbero smesso di pregare. E sarebbe stata la fine."
(la Books Hunter Jessica)


Questo libro è il mio libro, il mio Credo. Lo sento tanto vicino per il fatto che ritrovo me stessa nei pensieri dell'autore. Non perché abbia vissuto una condizione simile alla storia raccontata, Dio me ne scampi, ma per i concetti di cui parla, che sono i valori in cui credo. Non sono semplicemente d'accordo con essi, sarebbe riduttivo: è qualcosa di più viscerale, come se Steinbeck, 76 anni fa, stesse dando voce alla mia coscienza di oggi.
Ci sono ingiustizie che non possono e non devono essere taciute, ci sono uomini come Steinbeck che sono eroi della penna e hanno il coraggio di romanzare grandi verità, rendendole accessibili al grande pubblico e impedendo ai ricordi, troppo scomodi a molti, di cadere nell'oblio.
"Come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di essere noi senza il nostro passato?"
 La scelta di eliminare la censura applicata a questo testo, è stata una conquista per tutti, sulla strada tortuosa della consapevolezza. Molte le critiche mosse allo scrittore nei vari anni successivi alla pubblicazione, ma bisogna saper andare oltre e leggere questo libro con la mente aperta e pronta a ragionare senza condizionamenti e contaminazione esterni. Queste testimonianze sono preziose, perché ci danno la possibilità di rendere onore al sacrificio di chi ha dovuto soccombere e di quanti hanno gridato con disperazione contro l'offesa e l'abuso. Ho scritto "onore" e non "giustizia": quest'ultima non è, purtroppo, di nostra competenza, e deve (vorrei usare il tono imperativo) essere resa da chi ha il potere di farlo. Purtroppo però, troppo spesso accade che chi detiene il potere diventa il nemico dei diritti dei più deboli.
Questo libro vuole anche mettere in guardia chi presuntuosamente si arroga il diritto di vessare il prossimo: rannicchiate sotto una tettoia, sdraiata sulla paglia bagnata, la fame e la paura partorivano rabbia. Furore. Una parola bellissima e potente: violenta emozione e sconvolgimento dell'animo causati da fortissima rabbia o da altra passione.
“Ti odiano perché si spaventano. Sanno che quando uno ha fame, la roba da mangiare se la piglia a tutt’i costi. Sanno che lasciare quella terra incolta è una bestemmia e che qualcuno finirà per pigliarsela.”
Questa è la storia di animi sconvolti che trovano la forza di reagire.
(la Books Hunter Barbara)


Il titolo originale di ‘Furore’ era ‘The Grapes of Wrath’, un’espressione della canzone ‘The Battle Hymn of the Republic’ di Julia Ward Howe, la quale riprendeva liberamente un passo dell’Apocalisse: 
“L’angelo lanciò la sua falce sulla terra e vendemmiò la vigna della terra e gettò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio”.
Questa informazione è data nella prefazione, ma nella mia mente ne è rimasta l’eco per l’intero romanzo. 
“I grappoli dell’ira”: ho immaginato filari e filari infiniti, colline pulsanti di un colore viola tanto vivace quanto malsano, acini così turgidi da fremere per l’esplosione imminente, tralci simili alle vene evidenti di uomini troppo magri e parecchio nervosi.
La connessione tra cibo e collera permea l’opera in maniera palese, poiché è proprio la sopravvivenza degli emigranti ad essere minacciata, e per proteggere il benessere di pochi, o peggio: per mantenere un concetto di società che infine risulta del tutto slegato dall’uomo. Il termine “ira” e l’aggancio con il verso della Bibbia rimarcano il fatto che per Steinbeck la rabbia dei poveri sia coerente e giusta come potrebbe essere quella divina, e si augura, o almeno prevede, che sarà altrettanto implacabile.
Ciò che rende “Furore” spaventosamente attuale, per me, è che ancora adesso l’idea di come gestire l’economia mondiale appare basata su astrazioni e rappresentazioni mentali che dovrebbero portare a una stabilità e a una prosperità globali, ma non è così. Il malcontento del singolo, o di interi popoli, viene tuttora pacificato con l’induzione di un senso d’ignoranza e di impotenza che stordisce e frena la tempra dei più. La logica con cui veniamo amministrati è simile a un esperimento scientifico dove la teoria sembra esatta, ma non funziona. Ed essendo ormai molti anni che questo è lampante, la buona fede ipotizzabile nell’allora classe dirigente non convince più.
Infine, nell’opera e forse anche nella realtà, tutto ciò che rimane all’essere umano, (al di là della lotta politica, intendo in senso morale, proprio per non perdere l’anima in quella stessa lotta), si rivela la compassione e l’imperativo spirituale dell’amore semplice, vitale. Grazie alla sua comprensione profonda dell’uomo, Steinbeck chiude infatti dando al lettore ciò di cui ha bisogno, la stessa cosa che la sua eroina fa nelle ultime righe: dona un sorso di speranza.
(Giada Alessia Lugli - autrice)



L'autore:
John Ernst Steinbeck, Jr. nacque nel 1902 e morì nel 1968. E' stato uno scrittore statunitense fra i più noti del XX secolo, autore di moltissimi romanzi e racconti brevi. Fu anche giornalista, cronista di guerra nella seconda guerra mondiale.
Gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura nel 1962 con la seguente motivazione:
"Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l'umore sensibile e la percezione sociale acuta".

0 commenti:

Posta un commento