10 giugno 2015

"Il bicchiere mezzo vuoto dello scrittore" di Monia Colianni

Eccolo lì, sempre pericolosamente in agguato: l’inevitabile momento di sconforto che prima o poi sorprende qualunque scrittore. E lo afferra dalle caviglie, per poi salire e salire fino ad avvolgergli la testa e soffocare ogni pensiero positivo. Sì, quel momento prima o poi arriva anche per lui, l’eterno ottimista, quello che i primi periodi pare uscito dal villaggio incantato delle fate del Nord – talmente  gasato e spensierato e disinteressato. Quel momento visita tutti, e accade con molto più accanimento dopo la divulgazione. Mettersi a nudo, esporsi, creare e crearsi aspettative, ricevere feedback e poi attenderli invano. Per certi versi è normale, e non è una cosa da nascondere o di cui vergognarsi. Il problema è quando permettiamo al momento buio di avere la meglio e trascinarci nel baratro. Quando accade dobbiamo ricordarci una cosa fondamentale: la scrittura è una cosa, la divulgazione un’altra. La scrittura ti dà tutto, la divulgazione dà e toglie in continuazione. La scrittura è libertà, la divulgazione scende a patti. La scrittura è quella cosa che ti tiene vivo, che neanche riesci a descrivere talmente è spontanea, perché sarebbe come descrivere a qualcuno che respiri. Certo che respiro - è normale accidenti! La divulgazione, invece, non è poi così spontanea o normale o vitale, nemmeno per lo scrittore più appassionato. La divulgazione va cercata, spiegata, contrattata, conquistata. Quando arriva - se le persone ci accolgono con gioia - le cose vanno alle stelle e siamo invasi dalla sensazione più avvolgente di tutte: qualcosa di nostro che diventa degli altri e che piace. Viene condiviso, giudicato, amato. A volte criticato, ma anche quello può darci tanto, se siamo scrittori intelligenti. Il bicchiere è lì, nel suo massimo splendore, colmo di cose belle e belle speranze. Poi si scopre il dietro le quinte, quello difficile per qualunque scrittore, e si inizia ad arrancare. Ci sono le librerie gli editori gli invidiosi gli incapaci i corrotti gli scorretti i ricatti e i misfatti. Il bicchiere ora è a metà, ma lo vediamo ancora mezzo pieno, perché c’è sempre la scrittura al centro di tutto. Ma i meccanismi della divulgazione non danno tregua, e indietro non si torna. Di colpo ciò che si scriveva per sé e si donava agli altri corre il rischio di diventare scritto solo per gli altri. E tu? tu dove sei finito in tutto questo trambusto? È questo il prezzo da pagare? E perché non ce l’ha detto nessuno, maledizione? Nelle istruzioni non c’era scritto! Ecco, ora quel bicchiere è mezzo vuoto, stiamo perdendo l’entusiasmo, il meccanismo ci ha travolti e stravolti. A volte il giorno dello sconforto arriva per la selezione naturale, perché forse quel potenziale non era reale. Oppure siamo davvero capaci, potremmo farne un mestiere ma non lo nota chi dovrebbe. In entrambi i casi ci arrabbiamo, ci deprimiamo, soffriamo. E d’improvviso la pagina resta bianca, e minacciamo a gran voce Ora basta, smetto! Qualunque sia la verità, il momento nero è quello in cui uno scrittore non si ritira ma torna al via, nel punto esatto in cui si scrive davvero per sé stessi, senza snaturarsi, accanirsi o pensare agli altri. Tornare al vecchio concetto dell’arte per l’arte, che in fin dei conti è ciò da cui un vero scrittore parte sempre: scrivere perché ci piace, perché è normale, perché non possiamo farne a meno. Del resto quando l’aria non è buona non smettiamo certo di respirare, semplicemente ci spostiamo. Quando siamo sott’acqua e l’aria ci manca non ci lasciamo morire, semplicemente torniamo a galla. Perché non si può smettere volontariamente di respirare. Magari un giorno le luci si riaccenderanno, il bicchiere sarà di nuovo colmo o mezzo pieno. Magari no, perché scrivere per la divulgazione non era il nostro mestiere. Qualunque sia il futuro dobbiamo tornare a quel concetto basilare: la scrittura è una cosa, la divulgazione un’altra. Solo ricordandoci questa distinzione troveremo pace quando il momento dello sconforto ci afferrerà: la prima è come l’aria, una cosa che non ci può negare nessuno.  

Monia Colianni

3 commenti:

  1. Mamma mia, che pezzo-verità!! Lo sconforto c'è, arriva, rimane un po', poi fa i bagagli, ti dice "arrivederci" (mannaggia a lui, mai che sia un addio!) e poi ritorna. Implacabile. Con tutte le sue frasette di corollario che ben conosciamo.
    Ci sono sempre alti e bassi, ma il colpo di reni è un po' come il coniglio che esce dal cappello del prestigiatore: è doveroso.
    Un abbraccio!

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  2. Grazie a te per aver scritto, come sempre, un pezzo-verità!!

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