4 febbraio 2015

"Serve un giornalista?" di Monia Colianni

SERVE UN GIORNALISTA?
No guarda, c’ho un amico che scrive

Brancolando nel web, avete mai quella strana sensazione che all’improvviso il mondo sia fatto di giornalisti? Del tipo da non capire più chi faccia tutti gli altri mestieri del mondo? Ecco. L’atroce dubbio è che al “tutti scrittori”, si sia aggiunto un temibile “quindi perché no, anche giornalisti ed editori”. Al momento mi occuperei della prima trasfigurazione: quella dello scrittore - purtroppo inteso come chiunque partorisca un qualunque pensiero più lungo di una riga – che prende le sembianze del giornalista, perché tanto “sa scrivere e le notizie sono quelle”. Da cosa nasce e come nasce questo bizzarro fenomeno che, neanche a dirlo, va in barba a scuole, gavetta e professionalità? Nasce dal fatto che per certi mestieri, ci si affida solo alla presunta predisposizione. Parafrasando un intervento di Mauro Rossi del Corriere del Ticino - ospite durante un evento a Bellinzona al quale ho preso parte – prima della ricerca sul campo, un aspirante giornalista deve trascorrere un lungo periodo in redazione, dove innanzitutto si impara a scriverla bene, una notizia. Allenare le famose 5W del giornalismo (Who? What? When? Where? Why?), saper sintetizzare in quattro righe un fatto importante, prepararsi a scrivere le notizie che portano gli altri, saper verificare le fonti. Concordo pienamente sul fatto che questa sia la giusta palestra, per chi poi verrà proposto al pubblico come giornalista. Bisogna sapere cosa scrivere ma, nondimeno, come scriverlo. Sapete, quelle cose che da un articolo di giornale ci si aspetta, come la cura della sintassi, la buona sintesi, l’oggettività. Questo tipo di palestra e di selezione, ahimè nel mondo web pare impossibile. La rete è più che altro diventata un frullatore di idee, improvvisazioni e surrogati di informazione, sotto forma di blog e siti. È importante distinguere uno spazio d’intrattenimento e di opinioni, da qualcosa che invece si definisce e viene condiviso come “giornale web”, spesso grazie ai soldi e agli agganci del fondatore e all’ingente numero di sottopagati disposti a stare in giro per ore e fingersi scrittori. Non parliamo degli autori solitari provetti (o poveretti), che partono dall’idea di creare un blog di promozione per le proprie opere letterarie ma che poi - appurando che nessuno ci spende un nano secondo - indossano la tutina con G rossa e iniziano a scriverci la qualunque cosa, sottotitolandola come cronaca, news, inchiesta. Niente di più tossico, considerato che la massa tende a credere a qualunque cosa venga offerta sotto forma di link e - quel che è peggio - a condividere quelle che sono solo opinioni e interpretazioni come verità uscite dall’oracolo di Delfi. Prendiamo in esame i fatti dello scorso gennaio. Dagli attentati di Parigi, al sequestro e rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Laddove la notizia a livello internazionale era (ed è) ancora confusa e incerta, siti di pseudo-giornalismo di provincia e blog di paese la sapevano già lunga. E lo dichiaravano. La sensazione è che quello che prima era solo il classico commentare fra amici i fatti del giorno, ora sia diventata necessità vitale di scriverlo, con la pretesa di divulgare certezze. Qualcuno improvvisa articoli che in realtà sono un guazzabuglio di notizie prese qua e là. Altri condividono fatti chiamandoli “reportage”, forse ignorando che i reportage non si fanno da google e dal divano di casa. Altri ancora seguono a pecorella il leader politico di turno che ha la twittata più veloce, e che pensa di sapere esattamente cos’è successo in Siria, quando ancora non lo sa nemmeno la Farnesina. E tutto passa, tutto si posta, tutto si condivide e si assimila, generando litigi furenti tra utenti web che si contendono il link più attendibile. Tutto è una certezza perché “l’ho letto su facebook” o “scovato su google”.

Giudicando personalmente il valore etico e la verità delle notizie da un punto di vista ormai prossimo al nichilismo, ammetto di avere seri scompensi con l’informazione che arriva anche dai media - per così dire - ufficiali. A maggior ragione mi spaventa questa esigenza dello scribacchino della porta accanto di aggiungere fumo a quella che ormai sembra una vera e propria camera a gas, detta giornalismo. Della serie, si salvi chi può.

Monia Colianni


 
 
 
 

0 commenti:

Posta un commento