7 gennaio 2015

"Non c’è peggior scrittore di chi non vuol sentire" di Monia Colianni

Al mio primo corso di scrittura mi diedero una dispensa, che per la metà delle pagine parlava di “umiltà” dello scrittore. Umiltà come salvezza, consapevolezza, conquista. Oggi, dopo anni, io aggiungerei umiltà come dote che contraddistingue uno scrittore potenziale da uno scrittore eternamente amatoriale, in quest’orda sempre più in sommossa del tutti scrittori e tutti incompresi. Oltre la tecnica, oltre le idee, oltre la dote innata… oltre tutto, quello che davvero diversifica è l’umiltà. No, non parlo di quella parola “trita ritrita” che martella articoli e interviste. Parlo di quella vera, quella nei fatti, negli atteggiamenti e nei nostri stessi scritti. Negli scritti? (direte voi) Sì, umiltà anche negli scritti. Rileggersi, imparare a cancellare e riscrivere. Si parla sempre di Strega, lettori, vendite e stili. Di lavorare prima di tutto su se stessi con umiltà no, di questo non si parla mai. Vien da sé che le reazioni ai giudizi o ai consigli dell’esordiente che si è perso questo passaggio, sono spesso negative o melodrammatiche. Non c’è auto osservazione da parte di chi s’imbarca eroicamente nell’impresa di scrivere. Un esempio: quante volte poesie e scritti sembrano una versione di latino intraducibile? Non so a voi, ma mi lascia sempre molto perplessa uno scrittore che - in modo visibilmente forzato - condisce le sue prime opere con sinonimi improbabili e periodi tendenti all’arcaico, la cui analisi logica sarebbe ostica anche per Cicerone. Che vuoi dire? Con chi ce l’hai? Ah, scrivi per te stesso, vero. E allora perché divulghi? È che a volte si è tanto convinti del dono “so scrivere”, che ci si scorda che esiste anche un lettore. Un lettore al quale arrivare delicatamente. O, come disse qualcuno, “senza sforzo”. Potreste ribattere dicendo “ma questo è il mio stile” “non scrivo per gli altri o per la massa”. Ecco, in questo caso si intorbidiscono le acque annaspando in un mare di autoinganni, perché in fondo cercare di essere originali a ogni costo e di assumere uno certo stile non è una cosa innata, è una scelta. E poi ci sono quelli che hanno scritto da subito “bene per forza”. C’è sempre qualcosa da scoprire, allenare, chiedere e - so che atroce ma è così - da cancellare dall’insieme di cose rare e ingegnose che abbiamo appena buttato su una pagina bianca. Questo non vuol dire scrivere come si aspettano gli altri. Sarebbe ancora più insano. Vuol dire semplicemente mettersi in discussione, cercare un confronto, scendere dal piedistallo. Capire che anche se ho le idee e la tecnica forbita, non sono arrivato da nessuna parte: è solo l’inizio. L’umiltà dello scrittore, come mi dissero, è una dote da sviluppare come forza interiore, per se stessi prima di tutto, perché non è affatto facile rileggersi con vero distacco e rinunciare anche solo a una parola partorita dal nostro genio assoluto. Ci siamo passati tutti. Solo che molti ci restano, ingannati da classifiche, like o pareri di amici, buoni a prescindere. E ci si convince che scrittore “o lo sei o non lo sei”. Vero, ma anche la scrittura - come tutte le innate doti artistiche - si studia e si migliora, senza pensare di sapere già tutto per concessione divina. È normale studiare pittura, danza o teatro per perfezionare un talento, mentre studiare scrittura sembra un orrido proposito di cui non si ha mai bisogno. Dove basta solo la “dote”. Senza parlare dello scontato - quasi puerile - suggerimento della lettura forsennata e poliedrica. Da ogni contesto e da ogni scuola bisogna prendere ciò che ci serve, ciò che ci fa porre domande. Non esistono dogmi assoluti quando si insegna o si impara un’arte, non esistono regole ferree dalle quali con ingegno non si possa uscire. La cosa meravigliosa è sapere altro, il confronto, le parole o il libro citati che portano a dire “a questo non avevo mai pensato!”. Anche una discussione sul web, se fatta leggendo davvero gli altri punti di vista, può essere formativa. Spesso è la pubblicazione prematura, cercata con ogni mezzo, a ostacolare questo processo di scoperta dell’umiltà. L’impatto con un pubblico più numeroso, interviste e recensioni è certo intrigante ma anche deleterio, se non ci si arriva preparati. Perché quando si divulga con troppa convinzione, pensando che la prova schiacciante della propria bravura sia “il romanzo stesso”, si rischia la fine di Icaro. Il riscontro sta nel fatto che molti, convinti della perfezione del loro scritto solo perché sono stati in grado di pensarlo e finirlo, hanno ben poca pazienza nella ricerca di divulgazione e nella promozione (fase anche peggiore, per un esordiente). Iniziano quindi polemiche verso tutto ciò che ruota attorno alla scrittura, in un circolo vizioso in cui il “non umile” si avvelena il fegato a livelli inaccettabili, perdendo pezzi di passione a ogni giro. E così parte il forsennato scambio tra dilettanti che origina recensioni “buone per forza”, iniziativa che radica ancora di più l’idea che la propria opera sia perfetta senza ombra di dubbio. Un altro riscontro di scarsa umiltà arriva quando qualcosa che non si sa fare, diventa qualcosa da non fare a priori o, peggio, da criticare. Del tipo: saper scrivere mille pagine del proprio genere preferito ma guai a cimentarsi con un corto d’altro genere. Certo, imparare a rileggersi, cancellarsi o “limitare” le proprie idee non è facile. Uscire dalla propria campana dove tutto è sicuro e sperimentare l’ignoto, neanche. Così in scrittura come in lettura. Ma è qui che si svela la differenza tra la scrittura e l’illusione che le aleggia intorno. Dove l’illusione ci fa diventare tutti scrittori perché la divulgazione è fin troppo facile, ma con una sostanza che spesso arriva da un background aleatorio e da paraocchi. E il lettore - prima o poi – se ne accorge. 



In conclusione, credo che in scrittura tutto si possa e si debba esercitare, umiltà compresa. Non è mai troppo tardi. Ergo… buon lavoro a tutti.

Monia Colianni


9 commenti:

  1. Bellissimo articolo. Sottoscrivo ogni parola e lo proporrei da imparare a memoria a tanti sommi colleghi. Brava!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie del tuo commento, Katy! La Momò è andata a segno! :)

      Elimina
    2. Grazie mille Katy.
      I sommi colleghi nemmeno li leggono gli editoriali. Quelli proprio sommi sommi sanno solo scrivere.
      ;-)

      Elimina
  2. Ottimo articolo, sono pressoché d'accordo su tutto. Credo, però, che l'umiltà e la modestia siano doti innate e non facilmente assimilabili, se non con fatica e impegno. Certo che lavorare su questi aspetti della propria personalità aiuta, sia che si voglia fare lo scrittore che il pizzaiolo. ;-)

    RispondiElimina
  3. Sì, umiltà... ricordarsi sempre che non siamo degli Shakespeare nati, che tutto non ci viene dato senza studiare.
    Brava Monica, ottimo editoriale

    RispondiElimina
  4. Risposte
    1. Grazie Sabrina!
      Ogni parere è sacro ma il tuo mi lusinga particolarmente.
      E spero di migliorarmi sempre più! :-)

      Elimina
  5. Molto interessante e ben scritto.Anche se ci sono dei punti che andrebbero sviluppati-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per la lettura e il parere, Keirha. Ho dovuto tagliare diverse parti prima di proporlo con la lunghezza di un editoriale accettabile e non stancante. Probabilmente lo inserirò, in una versione più approfondita, in un prossimo progetto di mini saggi.
      Buona giornata!
      Monia

      Elimina