20 gennaio 2015

Recensione "L'età più bella" di Barbara Bolzan

Cresci! Cresci leggendo queste pagine, questa vita. Cresci assaporando le luci e le ombre che essa porta con sé. Ogni qual volta la incontri, ti sembra di “precipitare in alto”. Leggi fra le righe la distanza che si crea fra il mondo e lei, tocchi con mano la mancanza che si sente fra lei e la vita. Questo è “L’età più bella”.
È molto difficile se non impossibile, sedersi accanto a Caterina e allineare il mio respiro con il suo. Provare quella sottilissima sensazione di arrendevole tristezza. Molti dicono che certe cose bisogna provarle sulla propria pelle, altri provano a immedesimarsi. Eppure, in fondo a questo libro, ci si arriva sì stanchi, ma vivi. Un po’ più di prima. C’è un filo tutt'altro che sottile di speranza. Parlare di questo libro è come ripercorrere attraverso il ticchettio delle dita sulla tastiera, i passi pesanti e le note imperfette che hanno accompagnato la protagonista attraverso la scoperta della sua malattia. “Un filo nero” che si annoda e stringe sempre di più attorno ai suoi polsi. Risposte incomplete, competenze che fanno acqua o scudo, amicizie che scivolano via e amori troppo immaturi per restare.
Caterina del resto è immatura. Ha solo sedici anni e non può trovare le parole giuste per raccontarsi. È difficile. Gli adolescenti sono come sabbia che scorre via fra le dita. Sono taciturni, imprendibili, ricchi di vita, poveri di ammissioni. Sotto la scorza dura però c’è la voglia di diventare grandi, innamorarsi, divertirsi, vivere. La malattia che intacca la personalità brillante di Caterina, è per lei incomprensibile. È un mondo nuovo, che parte da zero, che le rovina l’appetito, che la spoglia a poco a poco delle amicizie, che le fa conoscere, suo malgrado, l’ambiente ospedaliero, trascinandola in una resa assoluta.
L’autrice ci spinge ad andare oltre, a vedere la malattia e come, spesso, essa non venga ammessa o riconosciuta nemmeno da chi dovrebbe conoscerla. “L’epilessia” muove i suoi primi passi già all'inizio del romanzo, rallentando quelli di Caterina e quelli di tutti coloro che le stanno vicino e che classificano i primi sintomi come “capricci” della protagonista.
La condizionano a tal punto che lei ci crede. Nel libro si evince un percorso tortuoso, dove lei stessa si arrende a se stessa, lasciando che gli altri dicano per lei, formulino per lei, piangano per lei, studino per lei, vivano per lei. Ad un certo punto aspetti che Caterina ti raggiunga, ma non lo farà più. Mi è sembrato che mi sbattesse la porta in faccia e io, lettrice, non potevo biasimarla. Quella porta l’avrei sbattuta anche io più forte.
Nella prefazione c’è una frase del Dr. Beghi che recita: “La causa principale del disagio prodotto dall’epilessia è però, come dice Caterina, il malato stesso che, con le sue reazioni, seguita a legare il suo nome alla malattia.” Sono l’epilessia. Caterina era quello, non si sentiva vittima, si sentiva se stessa dentro quella perdita di coscienza che sovveniva più volte al giorno. Era lei, non parte di lei. È difficile da spiegare, forse a volte è meglio leggere. Il Dr. Beghi prosegue così: “Solo recidendo questo ‘filo nero’ sarà possibile vedere nella persona con epilessia un individuo uguale a noi e, come tale, meritevole di godere delle gioie della vita quotidiana.”
Io ho capito che Caterina è prima di tutto Caterina. Non la sua malattia. Ho capito che qualunque strada lei vorrà prendere, potrà farcela, che se né lei, né noi che siamo la ‘società’ metteremo degli scogli sul suo cammino, non ce ne saranno.
“Si ha paura dell’ignoto. Non di qualcosa che ha un nome certo e al quale si sopravvive.”
Leggere “L’età più bella”, un libro in cui si vede il cuore di chi l’ha scritto, è come sorvolare il mondo con gli occhiali sbagliati. Non vedi niente è tutto sfuocato. Senti solo di perderti qualcosa di importante e ti arrabbi per questo. Man mano che conosci Caterina e con lei scopri la sua malattia, invece, inizi a cogliere la sfumatura blu del mare, quella verde delle colline e dei prati, quella gialla e oro dei campi coltivati. Passo dopo passo, ti accorgi che non hai bisogno degli occhiali per vedere, tu ci vedi bene! Sei come tutti gli altri.
“Cancellare sarebbe stato come non aver vissuto.”
Capisci che quel momento di buio, in cui non potevi vedere il mondo e la rabbia che cresceva per un volo che stava fallendo, non te lo vuoi scordare, perché ora che lo vedi è anche più bello di come immaginavi.
“Gli epilettici non sono grandi uomini. Non sono piccoli uomini. […] Sono uomini. Punto e basta.”
Si cresce, si corre, si gioca, si va avanti. Siamo tutti portatori sani di silenzi e incomprensioni. Siamo stati tutti adolescenti muti, nudi e crudi. Siamo stati tutti fragili e inetti. Ci siamo tutti sentiti almeno una volta impotenti davanti a una parola, sordi davanti alle regole, chiusi nel nostro mondo.
È che forse abbiamo bisogno di più risposte di quelle che abbiamo. Abbiamo necessità di trovare il nome alle cose che non comprendiamo. Abbiamo bisogno tutti di sederci e riflettere, un po’ come fossimo Caterina, un po’ come fossimo i suoi genitori, un po’ come fossimo i suoi amori.
Caterina è Caterina, punto. Poi… viene il resto.
(la Books Hunter Jessica)


L'autrice:

Barbara Bolzan nasce nel 1980 in provincia di Milano. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali e internazionali, nel 2004 pubblica il suo libro d’esordio, Sulle Scale. Nel 2006, esce il romanzo Il sasso nello stagno, testo nel quale la narrativa si fonde con la saggistica filologica. Del 2011 è il thriller Requiem in re minore, premiato con L’Alabarda d’oro-città di Trieste e presentato a Casa Sanremo Writers, nel corso della serata conclusiva del Festival. Ha tenuto corsi di scrittura creativa nei licei e collaborato con riviste mediche e letterarie.
La figlia di Temarin è il primo volume della saga di Rya, frutto della sua passione per la storia e per la manipolazione della realtà.

2 commenti:

  1. Grazie di cuore per queste parole, per come sei "entrata" nel romanzo e per come hai accompagnato Caterina nel corso della sua crescita!!

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