19 novembre 2014

"Il lettore abitudinario" di Roberto Bonfanti

IL LETTORE ABITUDINARIO

"Io frequento teatri, per lavoro. Un giorno, parecchi anni fa, durante una pausa, dopo molte ore di lavoro, sono uscito per rilassarmi e godere della vista della magnifica piazza di fronte al teatro, in una bella città del nostro sud. Faccio una breve divagazione: la mia professione mi ha portato a girare in lungo e largo l’Italia, dalle città più importanti al più sperduto paese di provincia. Ovunque sono stato non ho potuto far a meno di considerare come ogni metro quadro del nostro straordinario e sciagurato paese sia ricco di arte, cultura e bellezza. Spesso ci sembra così scontato che non ci soffermiamo abbastanza a considerarlo. Lo dico senza vena polemica, ma con le lacrime agli occhi per i muri che crollano a Pompei e il cemento che deturpa i nostri paesaggi. Fine della divagazione. Dicevo, mentre mi prendevo qualche minuto di pausa, il custode del teatro mi si è avvicinato e ha attaccato discorso. Dopo uno scambio di considerazioni generiche mi ha rivelato qual era il suo hobby: leggere al contrario. Un po’ confuso da questa confidenza mi sono trovato a riconsiderare l’idea che mi ero fatto di lui. Sulle prime non mi era sembrato un uomo particolarmente colto, poi mi son detto che talvolta il genio alberga dove meno te lo aspetti, mai fidarsi della prima impressione, ero sinceramente colpito da questa rivelazione. Ammirato dalla statura intellettuale di questa persona ho iniziato a fantasticare sul fatto che, forse annoiato dalla tradizionale e, diciamolo, fin troppo consueta lettura da sinistra a destra, dopo lunghe e ponderate riflessioni, avesse adottato questo escamotage per placare la sua inesauribile fame di conoscenza. Già lo accostavo a Leonardo, il genio del rinascimento, del quale sono casualmente concittadino per nascita e che, come tutti sanno, scriveva al contrario. Ero sul punto di chiedergli se applicasse questa sua pratica anche alla semplice lettura mattutina dei quotidiani quando il custode, a mo’ di corollario alla sua precedente affermazione, mi ha detto che il suo passatempo era leggere al contrario, giorno dopo giorno, esclusivamente la scritta che campeggiava sull’edificio pubblico prospicente al teatro: Palazzo del Governo. Più scioccato che deluso da questa nuova epifania, non ho potuto fare a meno di mormorare, quasi all’unisono con lui: onrevog led ozzalap. Un silenzio quasi irreale e, da parte mia, imbarazzante, è calato fra di noi. Per trarmi d’impiccio non ho trovato di meglio che mormorare un frettoloso saluto e tornare alle mie occupazioni di teatrante.
Questo episodio mi è tornato spesso in mente, frequentando i molti gruppi letterari su facebook, negli ultimi mesi. Una curiosa e, lo riconosco, del tutto personale analogia si è andata formando nella mia mente, facendomi accomunare il simpatico custode di teatro e alcuni frequentatori di tali gruppi in un’unica figura, quella del lettore abitudinario. Lo so che sto procedendo per paradossi, ma trovo che il bisogno di sicurezze sia simile. Prima di attirami le ire di una folla (virtuale) inferocita vorrei chiarire chi è, secondo me, il lettore abitudinario. È quel tipo di lettore che, prima di aprire un libro, vuol sapere con relativa certezza che cosa ci troverà dentro. Che legge solo ed esclusivamente un genere letterario, che spulcia sinossi e recensioni non tanto per avere un’idea della qualità dell’opera, ma per cercare di capire se tratta argomenti a lui consoni. Che rifiuta il nuovo, l’inconsueto, rifugiandosi nella lettura di classici e best seller universalmente riconosciuti come tali. Che disdegna l’autore sconosciuto, nella granitica convinzione che lo deluderà per forma e sostanza. Che chiede consiglio sul gradimento di un volume e decide di affrontarlo solo se la maggioranza dei giudizi positivi lo conforta nella sua scelta.
Non ho niente contro i classici, li amo profondamente e me ne cibo da sempre. Non temo i best seller del momento, ritengo sia un atteggiamento snobistico considerare la loro popolarità come indice di scarsa qualità tout court. Ma non ho mai pensato che un libro nuovo, poco conosciuto, fosse da ignorare a priori. Ho sempre cercato di affrontare la lettura con mente aperta e critica, scovando piccoli tesori e incappando in cocenti delusioni, affidandomi esclusivamente al mio giudizio e al mio gusto. E non sto parlando solo del recente fenomeno del self-publishing, faccio un discorso più generale, che include la letteratura nel più ampio ambito del progresso. Il mondo, l’arte, la cultura, la letteratura, sono materia viva e in evoluzione, è fondamentale conoscere la tradizione, ma senza usarla come scudo contro gli strali del nuovo che avanza (perdonatemi l’uso di questa definizione abusata).
In ognuno di noi c’è un lettore abitudinario, ma ogni tanto cerchiamo di non ascoltarlo.
Concludo questo sproloquio, del tutto personale, lo ribadisco, con un piccolo atto di vanità, un passo tratto da un mio libercolo:
“Volete sapere cosa penso del ruolo dell’artista nella società? L’artista deve indicare la via per la bellezza, deve sorprendere e spiazzare, diffidate dagli scrittori che interpretano i vostri bisogni, se leggendo un libro non fate altro che pensare “ehi, ma è quello che avrei voluto dire io!”, non è un capolavoro, forse è buona prosa, ma niente di più, l’autore scrive per coccolarvi, per farvi sentire a casa, sfrutta le vostre debolezze mascherate da granitiche convinzioni. L’arte deve trascinarvi in sentieri sconosciuti, magari impervi e pericolosi, ma mai consunti come i marciapiedi del vostro quartiere, vi deve aprire porte su nuovi universi, mettere in discussione il quotidiano per mostrarlo sotto un’angolazione diversa. Insomma, deve essere un altro sguardo sul mondo. Più alto.”


Roberto Bonfanti




 
 


7 commenti:

  1. Innanzitutto complimenti per l'articolo. Credo nel fatto che gli emergenti capaci ci siano. É ovvio, e mi ci metto in mezzo per prima, che nessuno scrive un libro a 5 stelle alla prima pubblicazione, qualunque sia la sua provenienza. Gli stessi scrittori dei grandi classici, nascondono all'inizio un'infinità di gavetta e di lavori poco felici non all'altezza del grande libro. Ed è normale; solo col tempo e l'esercizio e gli anni si migliora. Certo, se non si è creativi, non esiste tecnica e gavetta in grado di ispirare un buon libro. Insomma, nonostante tutto, molti emergenti hanno un buon potenziale che merita di essere letto e recensito. Purtroppo, l'avvento del self e delle EAP, che non hanno alcun tipo di filtro e selezione, spesso scoraggiano anche me. Perché le possibilità di incappare in cose illeggibili é altissimo. La mia personale soluzione è di preferire ciò che comunque arriva da una CE. Che poi lo scrittore sia emergente o meno non importa. Certo, se poi conosco lo scrittore, come a volte capita nei gruppi, e mi colpisce, allora posso fare eccezioni e lasciarmi incuriosire, anche se è auto prodotto. I paraocchi non mi piacciono, quindi, tranne che con le EAP, non ho problemi a non precludermi nulla. Del resto, é ciò che mi aspetto per le mie pubblicazioni, esse siano articoli, libri o editoriali.

    MC

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  2. eccomi, ci sta tutto, ma mi pongo la domanda, guardando il fenomeno in cui siamo incappati tutti in questo periodo, l'autopubblicazione... e lo scrittore abitudinario? Come si comporta di fronte al lettore abitudinario?

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  3. Momò, sono d'accordo con il tuo punto di vista. Sugli esordienti, nei quali noi del blog crediamo, e sulle CE a pagamento.
    Manuel, credo che Roberto abbia centrato il succo del discorso con questa frase: "L’arte deve trascinarvi in sentieri sconosciuti, magari impervi e pericolosi, ma mai consunti come i marciapiedi del vostro quartiere, vi deve aprire porte su nuovi universi, mettere in discussione il quotidiano per mostrarlo sotto un’angolazione diversa. Insomma, deve essere un altro sguardo sul mondo. Più alto."
    Gli scrittori dovrebbero stupire, e i lettori dovrebbero essere disposti a farsi stupire, aprendo la mente a nuove possibilità. Questo è il mio pensiero. Barbara

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  4. Non sono una lettrice abitudinaria, nel senso che la maggior parte delle volte leggo un libro senza leggere le recensioni o aver sentito le opinioni... ho gusti molto - forse troppo - strani, trovando testi self o di piccoli editori da 5 stelle e faticando ad arrivare alla fine di autori noti...
    Come scrittrice invece, cerco di stupire, prima me stessa... e, finché un testo non mi piace non lo faccio leggere...
    Condivido con te Roberto...

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  5. Riflessione molto profonda, che condivido in pieno. Da parte mia mi permetto di aggiungere, senza nulla togliere a quanto efficacemente spiegato da Roberto, che i gusti del lettore abitudinario possono essere considerati banali, ma che è anche vero, del resto, che se si parla di libri "di genere" bisogna fare i conti con la ricerca di alcuni punti fermi, come una trama avvincente nel caso di un giallo o una spy story: azione, suspense, protagonisti accatttivanti. Il detective alcolizzato e malinconico era una novità negli anni '30, perchè si contrapponeva alla perfezione maniacale di Poirot & C., poi è diventato anche lui uno stereotipo. Adesso cosa può stupire un lettore di gialli? Una casalinga detective? Già fatto (Miss Marple, tanto per restare in casa Christie). Una spia grassottella e anazianotta, in contrapposizione ai muscoli bondiani? Ci ha già pensato Le Carrè con Smiley. Un supercriminale amante del giardinaggio e della pittura? C'è Mr. Ripley di Patricia Highsmith. E allora, coa può stupire, oggi?
    Io credo che per stupire il lettore, lo scrittore debba essere semplicemente se stesso. Il che può significare raccomtare una trama avvincente e complessa nel modo più semplice possibile, o in una trama semplice e senza particolari colpi di scena, ma con uno stile molto personale e originale, che nasce da un grosso lavoro di ricerca, riscritture, rifacimenti, rimodellamenti delle frasi, limature, aggiunte, tempi al presente alternati al passato remoto (o narrazioni in prima persona alternate alla terza, o addirittura in seconda) a seconda dei personaggi o dei piani temporali. Ma tutto questo di nutre comunque della lettura di opere scritte da altri, che l'aspirante scrittore prima o poi finisce per assimilare e rielaborare, creando poco a poco il proprio stile. Ecco, io credo che sia importante leggere, e leggere di tutto, come dici tu, Roberto. Capita anche di leggere roba deludente, ma anche quello aiuta se non altro a distinguere e a capire - compatibilmente all'equilibrio tra i gusti personali e quelli oggettivi - come leggere. Il che vuol dire che imparare a scrivere non basta leggere, se pur tanto, ma bisogna anche imparare a leggere. Cioè ad avere quella curiosità che spinge il bambino a smontare un giocattolo per capire come funziona. Ecco, forse, il collegamento col custode che leggeva al contrario. Quando lo scrittore è in grado di padroneggiare lo stile e la storia nel modo più efficace, vuol dire che ha imparato a leggere, e che può imparare a scrivere, e a scrivere bene. Se i lettori sono altrettanto curiosi, condivideranno con lui (o con lei) il suo stesso divertimento che l'ha accompagnato nello scrivere. Bravo, Roberto, e grazie per questo editoriale.

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    1. Davide hai detto una grande verità: leggere è la strada migliore per diventare buoni scrittori... Barbara

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  6. Grazie a tutti per gli apprezzamenti sull'articolo. Mi fa piacere che abbia dato il via a delle riflessioni molto interessanti, sto leggendo dei commenti che meriterebbero di essere compresi in una considerazione più generale sulla scrittura e la lettura.

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