1 ottobre 2014

"Ombre" - Elena Covani

Un’altra notte. 
Ancora quella sensazione di vertigine che mi opprime ogni sera, quando tutto il mondo si riposa e cade nell’oblio. 
Mi stendo incapace di articolare un pensiero, nel panico perché so cosa mi aspetta.
Prego con tutta la mia anima, ma sono consapevole che non servirà a niente, forse perché non credo fino in fondo a quello che sto pensando.
Ave Maria…
Vorrei trovare qualcosa di diverso, ma sono le uniche preghiere che mi ricordo, retaggi di catechismo in un tempo lontano quando ancora riuscivo a sperare.
Padre Nostro…
Non serve, non serve, lo so.
Sono in casa, al sicuro. 
Mi alzo per andare in cucina. 
È caldo e ho bisogno di bere: cerco in frigo ma non c’è niente, solo avanzi stantii che devo decidermi a buttare. Mi avvicino al lavandino e apro l’acqua ma non esce niente. 
Intanto la bocca secca mi impedisce di ingoiare la mia stessa saliva, la mia lingua sembra crescere e mi soffoca: ho bisogno d'acqua. 
Qualcuno ha lasciato un bicchiere pieno di un liquido rugginoso sul tavolo, la mia mente mi dice di non bere ma non ne posso fare a meno: il mio corpo ha bisogno di liquidi. 
Il primo sorso è amaro come il fiele, so che devo smettere, che se bevo starò male, ma continuo a ingoiare sorsi di quell’acqua putrida come se fosse la mia unica speranza di sopravvivenza.
Qualcuno mi chiama. 
Sento che ha bisogno di aiuto e corro verso il salotto mentre continuano a ripetere il mio nome, due, tre voci differenti e sempre più disperate.
“Sono qui!” 
Provo a gridare ma non mi sente nessuno.
“Dove siete? Non vi vedo!”
Il rumore sordo di un tamburo si fa sempre più forte e veloce: è assordante e ad ogni colpo mi scuote i nervi.
Mi metto le mani sulle orecchie per non sentire e mi accorgo che quel martellare non è altro che il mio cuore, che batte come se volesse uscirmi dal petto.
Mi devo calmare.
Lo ripeto come un mantra concentrandomi solo sul mio respiro.
Ce la faccio. Ce faccio sempre. Sono una roccia.
Il mio respiro si fa più regolare e alzo la testa verso le voci che continuano a chiamarmi per nome, così insistentemente da farmelo odiare.
“Sto arrivando!”
Provo a muovermi ma non ci riesco: abbasso lo sguardo e vedo che le mie gambe sono ricoperte da roccia viva che mi arriva alle ginocchia e che cresce inesorabilmente; non faccio in tempo a rendermene conto che già lambisce i fianchi.
Tutto passa in secondo piano: comincio a lottare, cerco di liberarmi e mi spacco le mani cercando di aprire quel guscio che mi sta intrappolando ma mi arriva già al petto, bloccando anche le braccia nella sua morsa e, subito prima che mi arrivi alla gola, mi arrendo.
Mi arrendo al silenzio che ci sarà senza quelle voci disperate, senza quel martello nel petto e l’ansia, la paura e l’angoscia di non farcela.
Mi arrendo alla pace.
Poi suona la sveglia che mi strappa da quel dolce niente.
Mi alzo a fatica, come se le mie gambe fossero ancora ricoperte di roccia, poi vado in bagno e mi preparo, come tutte le mattine, indossando la maschera sorridente che il mondo vero ha imparato a conoscere.

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