21 ottobre 2014

Recensione "Mille splendidi soli" di Khaled Hosseini

Già segnata dall’unicità delle storie di Khaled Hosseini, (E l’eco rispose e Il cacciatore di aquiloni), vi parlo dell’altrettanto meraviglioso “viaggio generazionale” che l’autore ci regala con “Mille splendidi soli”. Non c’è storia migliore delle storie con un fondo di verità, perché le sentiamo vicine, le accogliamo dentro di noi come si accoglierebbe un bambino fra le braccia, stringendole forte per non lasciarle cadere e sapendo di volerle  accompagnare il più a lungo possibile.
In questa storia si narra di un Afghanistan alle prese con i suoi vizi, i suoi fardelli, le sue lamentele ma anche con i suoi razzi, le sue speranze, le sue regole. Si racconta di come faccia la differenza nascere uomo o donna. Si mettono a confronto generazioni diverse, unite dai preconcetti e dalle assurde diversità create solo ed esclusivamente dall’uomo.
Khaled, con parole che come sempre riescono a entrare perfettamente in sintonia con il mio cuore, riesce a togliere il velo all’indulgenza, permettendole di mostrarsi al mondo. È capace di mostrarci l’Afghanistan con i suoi difetti, senza temere di allontanarci, e con i suoi pregi, afferrando la nostra più sincera curiosità. Questo libro, racchiude i Mille Splendidi Soli che le persone hanno dentro e che le terre, anche se aride, possono ancora vantare. Come uno specchio, che racconta ogni cosa di noi quando ci concediamo, l’Afghanistan ha una sua storia, fatta di rinunce e sacrifici, ma anche di bellezze e umanità.
Viaggiare attraverso gli occhi di Mariam è sedere accanto a lei mentre con crescente incertezza, aspetta di rivedere suo padre, prigioniero del pregiudizio, delle maldicenze. Farsi scorrere Mariam addosso, permette di lasciarsi pervadere dalla più innocente delle speranze di figlia. Lei che non molla mai, che crede. Ho amato dal profondo del cuore Mariam, che con le sue mille debolezze, con la colpa di cui si è fatta carico e un dito sempre puntato addosso, ha subìto e “vendicato” se stessa.
Questa però è la storia di due vite diverse, la sua e quella di Laila, che si incrociano e non si slacciano più. Laila, cresciuta in un contesto familiare più facile, si trova sullo stesso binario di Mariam, dopo che la guerra e un “messaggero” le tolgono ogni sua speranza. Anche lei si trova ad affrontare un futuro preconfezionato, fatto di soprusi e distruzione. Laila e Mariam, nonostante la vita le metta in contrapposizione, si cercano, si sostengono, imparano a tenersi strette l’una all’altra.
Questo libro racconta storie di donne, uomini e bambini, della forza. Della guerra che a volte spezza la speranza e che invece a volte l’alimenta. Percorre un viaggio dal 1974 fino ai più recenti 2002-2003 e si muove laddove Kabul è prima vita e poi morte, infine speranza.
“Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti,
né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri”.
Concluso il libro, senti di aver chiuso la vita di Laila e Mariam. Eppure eri lì con loro a ogni caduta di un razzo, quando il burqa permetteva loro di vedere solo di fronte, ma le faceva sentire più sicure. Eri lì, quando la mano del loro sposo le trascinava per i capelli. Però c’eri anche quando Mariam sorrideva appena vedeva arrivare suo padre dal torrente, o quando Laila ha capito di voler tornare indietro e ricostruire la vita. Leggi di Laila e Marian, e attraverso i loro occhi vedi l’Afghanistan.
Capisci cosa può essere e quali volti nasconde. Ti disfi dei pregiudizi e delle falsità, prendi atto della cattiveria di alcuni che si contrappone alla bontà d’animo di altri. Ti incazzi un po’, anche. Pensi alle leggi che qualcuno proclama come volontà di Dio e che invece con Dio non possono avere proprio a che fare, e allora ti viene in mente che spesso l’uomo si approfitta di Dio, chiamandolo in causa senza ritegno, affibbiandogli  verità che lui non avrebbe mai approvato o parole che lui non avrebbe mai pronunciato.
“Perché tocca sempre ai sobri pagare per i peccati degli ubriachi.”
In un libro come questo puoi trovare la via giusta per prenderti cura di te e di ciò che hai, materiale o immateriale che sia. C’è una bottiglia invisibile in cui alla fine metti dentro una lettera cucita a mano, intessuta di parole, imbevuta di speranza. C’è narrata la storia di persone comuni, che hanno voglia di costruire per sé e per gli altri.
“Vedete, ci sono cose che vi posso insegnare io, altre che potete imparare dai libri. Ma ci sono cose che, bé, bisogna vedere e sentire.”
Non vi consiglio questo libro perché a me ha dato qualcosa, vi consiglio questo libro perché regali a voi qualcosa con cui riempire il piccolo vuoto che i “media” ci hanno creato, parlando dell’Afghanistan, generalizzando sui suoi abitanti. Perché come ogni luogo, c’è il brutto e il bello, il buono e il cattivo. È il pregiudizio che ci frega.
Khaled Hosseini è per me una garanzia, non solo di qualità o di stile narrativo. Khaled Hosseini ci fa vedere l’Afghanistan attraverso i suoi occhi.
(la Books Hunter Jessica)


Figlio di un diplomatico e di un’insegnante, Khaled Hosseini è nato a Kabul, in Afghanistan, nel 1965 e si è trasferito in seguito negli Stati Uniti, dove prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato come medico. Il suo primo libro, Il cacciatore di aquiloni, pubblicato nel 2003, è divenuto un caso editoriale internazionale, rimasto per oltre cinque anni nella bestseller list del New York Times, pubblicato in 70 Paesi con 23 milioni di copie vendute. Un successo replicato con il secondo romanzo, Mille splendidi soli (2007), che ha confermato Hosseini come uno fra i più letti e apprezzati autori contemporanei. Dopo un viaggio in Afghanistan come volontario dell’UNHCR (l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite), lo scrittore ha dato vita alla Khaled Hosseini Foundation, un ente non profit che fornisce aiuto umanitario alla popolazione afgana. Vive con la moglie e i due figli a San José, in California.

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