8 aprile 2014

Recensione "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini

Prima di arrivare a leggere questo romanzo, il primo di Khaled Hosseini, lessi l’ultimo: E l’eco rispose. Ne rimasi affascinata.
La penna di Khaled Hosseini non è una Montblanc. E non è neppure “d’oro”. La penna di Khaled Hosseini è la sua anima profonda, sfumata di passione a perdita d’occhio.
Il suo modo di scrivere ti trascina nei luoghi di cui racconta e che delinea in maniera impeccabile, donandoti i colori e le più piccole increspature di ogni cosa. Sceglie le parole direttamente dal vocabolario del cuore, le trasferisce su carta e poi te le fa assaporare una dopo l’altra come fossero un ricco ultimo pasto.
Il cacciatori di aquiloni è un folle viaggio nel tempo. Riesco a vedere fra le righe Amir e Hassan che rincorrono se stessi nella loro stessa vita tanto vicina ma inesorabilmente lontana. Due bambini, uno il servo dell’altro, capaci di amarsi come fratelli senza che uno dei due prenda mai troppo sul serio quel sentimento. 
Nella Kabul degli anni settanta, ci sono convinzioni e regole per non calpestare l’onore delle genti. Disonori che nessuno può confessare. Vite apparentemente facili ma coronate da colpe che si nascondono e pesano come macigni. Baba, padre di Amir è un uomo forte, d’onore. Amir fa di tutto per piacere a quel padre che sembra non avergli detto tutto. Verità soffocate.
Khaled Hosseini ti entra nel cuore delineando un romanzo meravigliosamente intrecciato. Fatto di ricordi, i suoi. Fatto del suo sapere e della sua vita in Afghanistan. Non dimentica mai chi è e da dove viene. Fa vivere i suoi personaggi, li fa uscire dalle pagine donandogli mille vite per mille lettori. Sono semplicemente contenta di esserne stata partecipe. Non sono solo storie! È la storia della vita vera.
Sappiamo tutti molto bene che l’Afghanistan è una terra difficile, devastata, ricostruita solo nell’animo di chi le vuole bene. L’occidente la incolpa, l’addita. Ma leggere questa storia ti mette al centro. Da una parte i Talebani, dall’altra gente come Baba, Amir, Hassan, Ali… Inutile dire che la durezza del cuore dei primi devasterà sempre l’anima buona dei secondi. Il conto però si paga alla fine dei tempi e chiunque può redimersi, se lo vuole.
In mezzo a tutto ciò c’è la spensieratezza di due bambini, nati in una terra speciale, prima del tempo della guerra. Amir e Hassan legati a doppio filo, così uniti ma così diversi. Lo scintillio dei loro occhi quando nel cielo vola il loro aquilone, fa vibrare l’anima di chi legge e immagina. Sono così affezionata alla gara degli aquiloni adesso… Corro per prendere l’ultimo anch’io…
In questo romanzo c’è un filone narrativo forte, potente che ti apre il cuore e lascia entrare la luce. Per saperlo dovrete leggerlo, perché solo la vostra immaginazione permetterà ai personaggi di entrare in voi. 
Capirete com’è difficile essere Amir. Sapere e non aver il coraggio di dire. Vedere e non aver il coraggio di guardare. Saprete come ci si sente a crescere con il senso di colpa dettato dal non coraggio. Come ci si sente a vivere credendo di essere una delusione per chi amate. Capirete com’è essere Hassan. Fedele e affidabile condottiero e integerrimo difensore delle buone maniere, delle buone regole, dell’amicizia sincera e dell’affetto incondizionato. Saprete cosa significa camminare a testa alta, SEMPRE, anche quando ti hanno rubato l’infanzia. “Qualcuno ha detto che in Afghanistan ci sono molti bambini, ma manca l’infanzia.”
Poi conoscerete i bambini di oggi, che portano con loro il fardello che gli hanno lasciato quelli di ieri. Saprete perché un bambino può non parlare per un anno intero e infine decidere di lasciare scorrere sul suo viso un piccolo e appena accennato… mezzo sorriso. Ma quanta forza dietro ad esso, quanta fragilità e quanta voglia di ricominciare ancora.
“I bambini vincono il terrore addormentandosi.”

Il cacciatore di aquiloni è un romanzo toccante, profondo, commovente.
Vola in alto, nel punto giusto, davanti al sole ed è ombra… ma poi si sposta e cala giù tagliando via il filo della sofferenza dando di nuovo spazio alla luce.
“C’è un solo peccato. Il furto… Se dici una bugia a qualcuno, gli rubi il diritto alla verità.”
Ci sono molte cose che ancora vorrei dire e credetemi ho cercato di svelare poco per non togliervi il piacere di leggerlo, ma ho anche cercato di rendere questa recensione più vicina possibile ai pensieri e alle emozioni del mio cuore dopo aver chiuso il libro.
Ognuno di noi ha il diritto di provare e redimere se stesso, anche se lo fa dopo venticinque anni o giù di lì…
La cattiveria è una cosa diversa dalla colpa… Chi si sente in colpa è già vittima di se stesso, si sta già punendo da solo, sta solo cercando la via giusta per dimostrarselo e per riscattarsi.
Questa recensione è per Te, jan… (jan in afghano significa caro. Ad esempio: Sei speciale, Francesca jan. Sei speciale, Francesca cara.)
Un “TE” generico… Perché siamo tutti cacciatori di aquiloni.
(la Books Hunter Jessica)


L'autore:
Figlio di un diplomatico e di un’insegnante, Khaled Hosseini è nato a Kabul, in Afghanistan, nel 1965 e si è trasferito in seguito negli Stati Uniti, dove prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato come medico. Il suo primo libro, Il cacciatore di aquiloni, pubblicato nel 2003, è divenuto un caso editoriale internazionale, rimasto per oltre cinque anni nella bestseller list del New York Times, pubblicato in 70 Paesi con 23 milioni di copie vendute. Un successo replicato con il secondo romanzo, Mille splendidi soli (2007), che ha confermato Hosseini come uno fra i più letti e apprezzati autori contemporanei. Dopo un viaggio in Afghanistan come volontario dell’UNHCR (l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite), lo scrittore ha dato vita alla Khaled Hosseini Foundation, un ente non profit che fornisce aiuto umanitario alla popolazione afgana. Vive con la moglie e i due figli a San José, in California.

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